La prima fase di ARPAnet/Internet viene completata nel 1969: e così se ne parla nel 1988 sul Washington Post

Arpanet Internet 1969Era il 5 dicembre 1969: con l’attivazione del quarto nodo, l’Università dello Utah, si conclude la prima fase del progetto ARPAnet – la rete sperimentale che si evolverà in Internet.

I precedenti nodi connessi erano UCLA, l’Università di Santa Barbara e lo Stanford Research Institute (SRI).

Proprio la UCLA e l’SRI sono stati riconosciuti, dopo 40 anni, nel 2009, come i primi nodi Internet in assoluto dall’IEEE: la prima connessione fu un logon remoto dalla UCLA all’SRI e avvenne proprio nel 1969.

Quasi venti anni dopo, nel 1988, il prestigioso Washington Post, un articolo di Barton Gellman, descriveva Internet in questi termini:

“Once upon a time computers were for thinking,” said Cliff Stoll of Harvard’s Center for Astrophysics in Cambridge. “That’s no longer true. Computers are for communicating now, and networks allowed that to happen.”

Lo stesso Clifford Stoll prosegue così:

“The Internet is a community far more than a network of computers and cables,” Stoll said. “When your neighbors become paranoid of one another, they no longer cooperate, they no longer share things with each other. It takes only a very, very few vandals to … destroy the trust that glues our community together.”

Curiosamente, è lo stesso Clifford Stoll che nel 1995 scrisse un libro, Silicon Snake Oil
, ed alcuni articoli per Newsweek molto critici nei confronti di Internet e del commercio elettronico trasformandosi in una sorta di neoluddista della rete.

Consigliamo un paio di libri, per chiunque volesse documentarsi sulla nascita di Arpanet (e dunque di Internet): Casting the Net: From Arpanet to Internet and Beyond e, dello stesso autore, The ARPANET Sourcebook: The Unpublished Foundations of the Internet.

Il secondo, in particolare, risentendo di una prospettiva più lunga, permette di comprendere meglio dove siamo arrivati e da dove siamo partiti con le reti interconnesse.

[Fonti: SRI, This day in History, Washington Post e Gizmodo]

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